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Perché rimaniamo così straniati di fronte alle illustrazioni di Edward Gorey? In quale mondo si muovono le sue creature? Certamente in un mondo diverso dal nostro, un mondo metafisico, astratto, folle, eppure per certi versi rassicurante e familiare: “anarchicamente conservatore” direi, oppure direi il contrario se solo mi sovvenisse la forma avverbiale di “conservatore”.

Il mondo di Gorey è un’Inghilterra vittoriana rarefatta e stilizzata, in cui si muove un’umanità fantasmatica, timida, macabramente goffa. Un mondo invero terribile, dove i bambini muoiono e le ossessioni prendono vita nelle forme più inusuali e disturbanti, dove l’umorismo nero non raggiunge mai la catarsi dello sberleffo e il gotico non è mai maniera ma ingrediente primario di un messaggio ermetico, lontano, mai pienamente espresso eppure iconograficamente chiarissimo.

Ed Gorey è il De Chirico dell’infanzia, il Buzzati dei puri, la risata di un morto: è una verità urgente inesprimibile, inesprimibile come la muta domanda dell’ospite equivoco, inadeguata come un cadavere in un salotto bene, desaturata, onirica, basica. Divinamente disegnata.

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