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Credo che Raymond Carver sia stato frainteso, o perlomeno non capito in tutte le sue sfumature. Lo si dipinge, invero a giusta ragione, come il maestro del minimalismo americano, il cantore della provincia americana e della desolata umanità che la abita, il creatore di storie oblique, sospese, rubate alla vita con la fredda meccanica  di un apparecchio fotografico. Racconti talmente semplici all’apparenza da portare il lettore a sacrosante e istintive sovrainterpretazioni di stampo fortemente esistenzialista, esistenzialismo che fa capo ai massimi sistemi per coprire l’horror vacui di una costruzione priva di appigli narrativamente famigliari.

I racconti di Carver sono stralci casuali e linguisticamente scarnificati di un romanzo di MacCarty, sono la desaturazione di un quadro di Hopper, sono l’epica del silenzio, della mediocrità, del non detto. Sono la mitologia del fuori campo, del non mostrato. Ma cos’è che viene privato ai nostri sguardi, quali elementi si nascondono tra le righe dei racconti del maestro dell’Oregon? Quali segreti? Nelle sue narrazioni si respira l’aria angosciosa e rarefatta che caratterizza certi sogni in procinto di trasformarsi in incubi, quell’atmosfera di normalità metafisica che perturba gli incipit degli horror migliori.

Carver sarebbe da guardare, a mio parere, come il più importante esponente del fantastico americano del secolo passato. Non c’è niente di quello che ha scritto che non nasconda un potenziale orrorifico, inquieto, metafisico. Carver è l’orrore dell’attesa dell’orrore, un Buzzati più discreto, uno Stephen King senza catarsi. E’ l’orrore svuotato delle proprie figure archetipe. Un piccolo, terribile, indimenticabile incubo sognato all’ombra di un portico in un silenzioso pomeriggio d’estate.

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